LE POETESSE STREGHE- Some like poetry








Poesia come stregoneria. La prima volta che ho sentito parlare (seriamente) di una poetessa americana non si trattava di Emily Dickinson ma di Sylvia Plath. Ero nella saletta della Libreria Popolare di via Tadino, che è una specie di sogno ad occhi aperti per i feticisti dei dorsi di copertina sbiaditi. Ovunque intorno a te vedi libri di terza, quarta mano: più tracce portano di chi li ha letti, più sembrano preziosi. C’era la poetessa Daniela Attanasio a presentare una sua raccolta e, accanto a me, sedeva la pittrice Marianna Bussola, che diresti una nobildonna inglese con il gusto per l’orientale. Marianna ricordava i diari di Sylvia Plath con un sorriso amaro: gli stupidi pensano che Sylvia si sia ammazzata per un uomo ma non è così – diceva – lei era piena di contraddizioni, era lacerata dal desiderio di trasgressione e quello di assecondare la madre. Le ho chiesto se si è mai ispirata a Sylvia Plath nel dipingere i suoi quadri onirici, popolati da animali magici. Mi ha spiegato che la sua pittura non è narrativa, lei procede per analogie tra immagini e che i titoli delle sue opere li elabora solo in un secondo momento: rappresentano i possibili e molteplici significati delle opere. Ma l’arte di Sylvia le è entrata dentro, ne parla come se l’avesse conosciuta. Essendo io interessata a questa poetessa, Marianna mi ha prestato un libro: A Lettere Scarlatte: Poesia Come Stregoneria. Me l’ha fatto pervenire in una busta protettiva, con molte raccomandazioni: è uno di quei libri preziosi dal dorso sbiadito. Aperta la prima pagina vedo la firma di Marianna, un piccolo simbolo che disegna in tutti i suoi quadri, e la data 9-9-99. Io sono nata il 29-9-1991, quasi tutti i miei parenti hanno almeno un 9 nella data di nascita mentre quella del mio scrittore preferito è 9-9-1908. Con l’ennesima conferma che il 9 è il mio numero fortunato, ho scoperto che la poesia può essere stregoneria.

La prima fu una poetessa che si chiuse in casa. L’autrice del libro, Paola Zaccaria, spiega di avvertire la scrittura come “coniugazione di sesso e senso, sensualità e sensatezza, come luogo di interrogazione e comunicazione”. Il suo è un libro complesso che si approccia filosoficamente all’opera di “donne culturalmente eretiche”. Le streghe di cui parla sono figure simbolo, “segno del radicamento delle poete nella storia”. Il talento poetico femminile viene incarnato nella figura della strega: “Virginia Wolf in A Room of One’s Own […] sostiene che ogni qualvolta leggendo o ascoltando racconti udiamo di streghe o di donne sagge «siamo sulle tracce di una poetessa che buttò il suo cervello nella palude o che si sporcò e si tagliò per le strade della follia con le torture che il suo dono le ha provocato.»“ (mia pessima traduzione dall’inglese). La prima della lista di queste poetesse streghe è Emily Dickinson: “La stregoneria veniva impiccata nella Storia,/ Ma io e la Storia/ Troviamo tutta la stregoneria di cui abbiamo bisogno/ Intorno a noi, ogni giorno.” (di nuovo una mia brutta traduzione). La pittrice Marianna, ormai mio punto di riferimento per la poesia come stregoneria, dice di non avere mai capito Emily Dickinson: è una donna che si è chiusa al mondo. Dopo i 25 anni Emily si è letteralmente barricata nella propria cameretta, in preda ad attacchi nervosi e con una malattia agli occhi. Tra i suoi versi più celebri: “La verità deve abbagliare gradualmente/ O tutti sarebbero ciechi.”

Le altre streghe dopo Emily. L’autrice del saggio A Lettere Scarlatte: Poesia Come Stregoneria intende dimostrare che le poetesse americane del ‘900 hanno ripreso la ricerca poetica di Emily (the strange?), creando “una simbologia che si costruisce intorno alle figure della strega e della triplice dea” e che queste hanno creato un universo di immagini che “prendono in poesia configurazioni eretiche, costruiscono una semiotica stregonesca nel senso di lingua che vuole dire differentemente, dire altro”. Ecco cosa dice la contemporaneissima Rachel Blau DuPlessis in alcuni versi della sua poesia Euridice: “tutti i poeti uomini scrivono di Orfeo/ come se loro si voltassero e si aspettassero/ di vedermi camminare paziente/ dietro di loro. Loro sostengono che io sia caduta negli inferi./ Siano dannati, dico io./ Sto sola col mio dolore/ e canto da sola la mia canzone.” Hilda Doolittle, che firma le sue poesie con le semplici iniziali H.D., prima è vicina alla corrente imagista di Ezra Pound, poi si accosta alla mitologia greca, come chiamata da una profezia. Si dice grata al “grande saggio”, come chiamava Freud, “lui che mi ha liberata, grata alla profezia, … (lui disse)/ «tu sei un poeta»”. Poi ci sono Sylvia Plath, Anne Sexton, Adrienne Rich, Maxine Kumin, Robin Morgan…

La poetessa che portava tazze e scacciava via il mal di testa. La Syliva Plath, di cui ho tanto parlato con Marianna, cresce con i valori della calasse media degli anni ’50 nel New England: “proibizione di esibire, articolare e quindi sperimentare la sofferenza; incoraggiamento a ricercare il successo, a essere brillante, essere la prima della classe come studente, come poeta e tuttavia moglie e madre perfetta, oltre che brava figlia.“Sarò una delle poche poetesse al mondo che è assolutamente e gioiosamente una donna, non l’amara, frustrata, chiusa imitazione di un uomo” scrive fiera a sua madre. Ma queste convinzioni cadono quando la disperazione ha la meglio, – mi dice la pittrice Marianna – quando Sylvia decide di suicidarsi, scrive le poesie più belle. “In primo luogo, sei il nostro tipo di persona?/ Porti/ Un occhio di vetro, denti falsi o una stampella,/ Un tutore o un uncino,/ Seni di gomma o un inguine di gomma,/ Punti di sutura per mostrare qualcosa che manca? No, no? Allora/ Possiamo darti noi qualcosa?/ Smetti di piangere./ Apri la tua mano./ Vuota? Vuota. Ecco una mano/ Per riempirla e sia disponibile/ A portare tazze e a scacciare via il mal di testa/ E fare tutto ciò che gli si dice./ Vuoi sposarla/ È garantita.” Ormai Sylvia non ci sta più ai valori della classe media anni ’50 del New England e diventa anche lei una strega.

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